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Focus in materia di carcere, esecuzione penale esterna e misure di comunità

Milano, unica città sul territorio nazionale, ha nell’ambito del suo Comune quattro istituti detentivi di grande rilievo

  • la Casa Circondariale “Di Cataldo” (da cui dipende anche l’ICAM – l’istituto a custodia attenuata che può accogliere le donne detenute con bambini)
  • la Casa di reclusione di Opera
  • la Casa di reclusione di Bollate, 
  • l’istituto minorile “C.Beccaria”

Oltre gli istituti penitenziari Milano ospita anche i tre Uffici territoriali con competenza regionale di due dei quattro dipartimenti del Ministero della Giustizia (quello penitenziario e quello dei minori e misure di comunità): il Provveditorato per l’Amministrazione penitenziaria degli adulti, l’Ufficio interdistrettuale per l’esecuzione penale esterna, il Centro giustizia minorile 

Una realtà articolata, complessa quanto fondamentale nel sistema della esecuzione penale nazionale sia in termini numerici (circa 3500 detenuti presenti – dai minori ai ristretti per mafia e detenuti a regime 41 bis – e  oltre 5.000 persone in misura alternativa o ammessi alla prova) che di iniziative realizzate (si pensi a Bollate o all’Icam, istituti che non hanno pari in nessuna altra parte)  . 

  E pur considerate quali siano le competenze attribuite ai comuni e ai municipi – quelle codificate non sono molte – vi sono ambiti nei quali si possono ipotizzare azioni positive possibili e altri per i quali è possibile pensare a un lavoro di stimolo/proposta verso altre istituzioni, regionali o nazionali.

La premessa d’obbligo è che il Comune di Milano è uno di quelli più attenti a queste problematiche, distintosi per svariate iniziative che, però, necessitano, per non andare disperse, di un’azione di consolidamento e coordinamento.

L’ideale sarebbe creare un assessorato ad hoc che gestisca tutta la materia, come fece la Regione a suo tempo quando varò la legge 8, affidando una delega di coordinamento a un sottosegretario, ma se ciò non è fattibile possono essere utilizzate strutture già presenti.

A esempio tra la Sottocommissione carceri e il Garante dei diritti dei detenuti andrebbe consolidata la loro collaborazione e il rapporto con i referenti istituzionali dell’esecuzione penale interna/esterna al fine di individuare quali si possano essere i campi di intervento e riportarli agli assessorati competenti.

Non è qui il momento di scendere nei dettagli, ma l’idea di fondo è tentare di sviluppare un’azione di sistema che tenga conto della specificità degli istituti interessati, definire realisticamente gli interventi realizzabili e le priorità verso cui indirizzare le risorse senza disperderle. 

Venendo alle tematiche riteniamo importante affrontare per gli istituti penitenziari questi argomenti che, fermo restando le loro caratteristiche peculiari, possono riguardare 

  1. LAVORO come opportunità di reinserimento per i condannati anche attraverso le misure alternative alla detenzione come sbocco del trattamento in internato o concesse dalla libertà. 

    A) Lavoro all’interno delle carceri: avendo due Case di reclusione con detenuti obbligati a “dimorarvi” per un arco di tempo alquanto lungo, si potrebbero creare all’interno delle cooperative, in base alla legge 381, cui affidare commesse da parte dell’amministrazione comunale, ricordando che le stesse possono usufruire anche dei benefici fiscali derivanti dalla legge Smuraglia, oltreché del comodato gratuito degli spazi ove operano. Ciò porterebbe una duplice utilità, in termini economici per il Comune ed economici e trattamentali per i detenuti.

    Si sottolinea che, così come è avvenuto a Bollate, l’insediamento di attività lavorative stabili che riprendono i modelli esterni sono la leva su cui operare il cambiamento della stessa organizzazione carceraria: da contenitiva a partecipativa (non stiamo qui a spiegare i dettagli, ma l’esempio di Bollate dimostra la fattibilità reale)   

    B) E’ stato di recente sottoscritto un protocollo con il Ministero della Giustizia da parte del Comune di Milano con riferimento al lavoro volontario ex art. 20 ter OP, affinché persone detenute nella casa di reclusione di Opera siano formate quali manutentori del verde nell’area di Rogoredo, nell’ottica di poter accedere a future opportunità lavorative. E’ chiaro che l’unica forma di lavoro idonea al reinserimento deve essere il lavoro retribuito, e su questo tutti gli enti territoriali possono essere uno snodo essenziale di incontro domanda offerta rispetto alla popolazione detenuta.

    Se vi saranno altre opportunità di lavoro volontario, il Comune potrà valorizzarne l’aspetto di formazione e di opportunità in prospettiva futura di reinserimento, verificando che i progetti presi in considerazione abbiano questo tipo di contenuto e non assomiglino piuttosto a forme di lavoro forzato stigmatizzante.

    Analogamente, l’ente territoriale comunale può essere parte attiva per la gestione di progetti lavorativi sia con riguardo ai programmi di messa alla prova che rispetto a misure alternative al carcere; in questo senso il raccordo con l’Ufficio di Esecuzione penale esterna, nell’accezione e con le forme esplicitate in premessa, è essenziale.
  2. Potenziamento dei già esistenti uffici del Comune in materia di LAVORO DI PUBBLICA UTILITÀ e di GIUSTIZIA RIPARATIVA
    Il Comune è dotato di un ufficio che coordina le diverse decine di postazioni di lavoro di pubblica utilità sia come sanzione sostitutiva che quale aspetto necessario dei programmi di messa alla prova; occorre far sì che le posizioni siano sempre di più, considerata la crescente richiesta.
    Sarebbe ugualmente importante implementare i progetti del Centro di giustizia riparativa, oggi ancora molto poco dedicati agli adulti in esecuzione penale o addirittura sottoposti a procedimento penale. La riforma Cartabia prevede un ampliamento degli spazi della “restorative justice” e dunque i progetti di mediazione penale, insieme a tutte le altre forme di giustizia riparativa, devono essere ampliati sia all’interno che all’esterno degli istituti penitenziari, dedicando risorse ulteriori all’ufficio
  3. Tutela dei diritti delle persone detenute rispetto alla possibilità di accedere ai servizi comunali (anagrafe etc) anche attraverso coordinamento della sottocommissione Carcere e del Garante
    Le persone detenute nell’area del Comune di Milano hanno enormi difficoltà a far valere i propri diritti. Anche i residenti (e in esecuzione di pena la residenza dovrebbe di regola essere spostata nel comune in cui si trova il carcere) hanno notevoli difficoltà di accesso agli uffici comunali; sarebbe necessario un ufficio di raccordo che, in eventuale collaborazione con la Sottocommissione Carcere e il Garante, raccogliesse ogni richiesta di accesso per indirizzarla e seguirla presso l’ufficio competente.
  4. Attenzione rispetto ai detenuti con patologie psichiatriche e dipendenze, pur nella consapevolezza delle competenze regionali in materia
    Il tema della sanità penitenziaria, così come della sanità in genere, è regionale. Tuttavia, il problema – oggi come non mai pressante – dei detenuti affetti da patologie psichiatriche o da dipendenze rende necessaria una attività di pressione sulla regione affinché i servizi territoriali si coordinino con gli istituti penitenziari per gestire al meglio sul territorio situazioni che certo non dovrebbero essere trattate in un carcere.

    L’esperienza di San Vittore con la sezione “La Nave” ha dimostrato come quel lavoro possa essere importante nell’ottica di indirizzare verso forme di trattamento esterne riducendo i tempi di detenzione che hanno un effetto deleterio sui programmi riabilitativi. 
  5. Promozione volontariato negli istituti di pena milanesi

    Tema centrale: il carcere di oggi non vive senza il contributo delle associazioni di volontariato. L’importanza del contatto con la società civile è evidente, solo un modello di carcere poroso e trasparente risponde ai principi della esecuzione penale di uno stato democratico e liberale, consacrati in Costituzione. Il Comune deve farsi carico di ogni possibile iniziativa per incentivare e facilitare l’attività di chi svolga attività di volontariato in carcere.

    Ciò vale sia a integrare le attività istituzionali, sia a rompere l’isolamento culturale che il carcere vive e che lascia nella solitudine del dramma non solo i custoditi, ma anche i custodi con le conseguenze drammaticamente esplose durante la pandemia e con gli atti di maltrattamento dei detenuti.

    Un carcere trasparente ed “aperto” si apre al controllo sociale, tiene vivo il rapporto con la società esterna, valorizza il lavoro degli operatori, agevola le iniziative trattamentali, contiene le naturali tensioni derivanti dalla detenzione.  
  6. SAN VITTORE: deve cambiare.

    L’idea del carcere nel mezzo alla città, integrato nel proprio quartiere, è importantissima. Anche per non sottrarre allo sguardo e dunque alla coscienza collettiva un luogo di sofferenza ma anche di recupero delle persone che abbiano commesso un reato. Oggi però non si può non dire che San Vittore è in condizioni pessime e che da anni attende che i lavori di ristrutturazione dei raggi chiusi inizino. La popolazione detenuta non può essere – sebbene fortemente ridotta negli ultimi dieci anni – perennemente superiore ai posti letto disponibili, altrimenti si perde il senso di un carcere vivibile. Situazione ancor più drammatica se si pensa che San Vittore o meglio la C.C. “Di Cataldo” ( il maresciallo Di Cataldo fu ammazzato dalle BR agli inzi degli anni ’80) essendo una Casa Circondariale ospita per la maggior parte parte detenuti in attesa di giudizio, ergo presunti non colpevoli.

    Limitarsi a dire che il carcere deve rimanere in città riprendendo il felice slogan di “San Vittore, un quartiere della Città” senza una idea di cambiamento diverrebbe solo una mera questione di principio e non invece il segno tangibile di una idea di civiltà che per la città di Cesare beccaria dovrebbe porsi come priorità.
  7. ICAM ovvero case protette per incentivare detenzione esterna di detenute madri

    Bisogna ritornare a coltivare l’idea di una detenzione in luoghi diversi dal carcere per le madri di bambini in tenera età, nei casi in cui la detenzione presso il domicilio sia impossibile. Milano deve tornare ad essere all’avanguardia come lo è stata per il progetto ICAM che deve essere ripensato e ripreso. Per questo è necessario sia trovare una nuova sede per l’ICAM sia pensare, in concorso con il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, alla creazione di una Casa Protetta (prevista dalla legge 62/2011) che la legge affida all’impegno dell’ente locale e servirebbe a portare fuori dai reparti detentivi, icam compreso che è formalmente detenzione, le donne, o i padri, con i loro bambini.
  8. Raccordi con la regione per i percorsi formativi e il sostegno sul territorio rafforzando la collaborazione con i servizi sociali locali
  9. Infine, per ultimo, ma non come ordine di importanza, non si possono dimenticare le esigenze della polizia penitenziaria.

    Il personale appartenente al corpo di polizia penitenziaria si trova a vivere la città marginalmente senza poter fruire delle opportunità che essa offre, con tutte le conseguenze sul piano della integrazione nel tessuto sociale; penalizzati, psicologicamente, anche dalla maggiore visibilità offerta alle altre forze di polizia, nonostante il compito delicato e importante loro affidato e le condizioni in cui operano.  Occorre considerare, quindi, l’idea di offrire loro occasioni di integrazione.

    Gli agenti non possono vivere sempre e solo in caserma, caserme peraltro in stato addirittura peggiore delle camere detentive, e ci si potrebbe muovere prevedendo forme di partecipazione, attraverso la sottoscrizione di accordi con strutture del comune sportive, ludiche, formative, per portarli fuori dal carcere, impiegando il loro tempo libero non in giro “a vuoto” per la città, ma in attività che li porti a integrarsi in Milano.

    Andrebbe, inoltre, esaminata la possibilità di offrire loro soluzioni abitative esterne, possibilità di aderire o creare cooperative per la costruzione di alloggi di modo che possano effettivamente radicarsi con il proprio nucleo familiare, evitando il pendolarismo con le regioni del sud e le conseguenze derivanti, in primo luogo quella economica o anche quella che impropriamente si definisce “assenteismo”, ma che ha radici un po’ più articolate.